Psicologo in Blue JeansFai bei sogni di Massimo Gramellini mi é stato regalato per caso, ma il caso non esiste e l’avrei scoperto nelle 221 pagine del libro. Lei, la sister (quella delle ‘Donne della mia vita‘, ndr) l’aveva già letto, ma non mi ha anticipato nulla, se non: Lele, molti prima di te, hanno vissuto delle sofferenze, la sofferenza è materiale comune.

Io la ringrazio, prendo il libro distrattamente e oltre al titolo, mi colpiscono l’azzurro della copertina e il palloncino rosa che tende verso l’alto. Io amo i palloncini,  mi hanno sempre regalato la possibilità di andare altrove, di stare leggero e, in alcuni periodi, sono diventati un mezzo di trasporto per andare via di qui.

Di cosa parla il libro? Di un segreto che si deposita nell’inconscio, di quegli avvenimenti che spezzano il cuore, di quelli che ingabbiano l’anima. Massimo Gramellini affronta nel suo diario-racconto l’esperienza del trauma. Per lui, quello della perdita della madre. Per tanti altri, che nelle sue parole ci si ritrovano, altre esperienze talmente dolorose che per rimanere vivi, occorre rinchiuderle in stanze del nostro cuore che devono stare chiuse. E per mantenere i sigilli su quella porta esiste un guardiano, Belfagor, che protegge quel bambino ferito, ma nel farlo, lo spinge a crearsi una corazza dalla quale sarà difficile liberarsi.

Il dolore apre squarci che consentono di guardarsi dentro.

La non-vita del piccolo Massimo, che diventa piano piano adulto, è la non-vita che spesso mi trovo ad accogliere in studio. Solo all’apparenza vitale, ma nel profondo spenta: non animata. E sono poi gli incontri, non tutti, a permettere al protagonista, come ai miei pazienti, così anche a me di smettere di fingere di vivere e di ridare spazio a quel bambino che ha perduto troppo in fretta l’innocenza, non potendo crescere in modo armonioso.

Pensiamo spesso che ci siano traumi più grandi di altri. Forse. Non lo so. So che ci sono traumi che travolgono in un solo momento e traumi ripetuti, anche se piccoli, che hanno lo stesso effetto. Il problema dei micro-traumi della vita quotidiana è che non ci accorgiamo di subirli, ma momento dopo momento perdiamo pezzi di noi.

Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più.

E noi stessi ci autocuriamo ergendo difese credibili che anziché avvicinarci al mondo e alle emozioni, come l’apparenza vorrebbe, ce ne distanziano sempre di più.

Di falsi sé, frutto del dolore, ne è pieno il mondo reale, ma soprattutto quello virtuale: li ci si costruisce come si vuole. Li anestetizziamo il dolore che trova silenzio. Quelle immagini vanno a stratificarsi sulle nostre immagini interiori e diventano quelle più prontamente disponibili per darci un senso.

Preferiamo ignorarla, la veritàPer non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi.

Ma il senso è altrove, forse là, proprio dove vola il palloncino. Allora vale la pena di scoprirlo, lasciando andare il filo dalle nostre mani.

Una autobiografia nella quale ognuno di noi può trovare dei pezzi di se stesso e fermandosi a sentire e poi a pensare, riappropiarsene.

Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidano nella tua ribellione.

 

 

 

Autore

Mi laureo in comunicazione, ma decido di seguire il mio desiderio e divento uno psicologo. Studio come funziona il cervello e come potenziarlo. Ascolto e lavoro sulle storie delle persone che accolgo nella mia stanza e che nel raccontarsi cercano di curare le proprie ferite dell’anima. Leggo per esplorare altri mondi. Scrivo per dar voce ai pensieri. Vado al cinema e a teatro per passione. Ballo per essere più felice!

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