Emanuele Tomasini, Psicologo

Se fai lo psicologo non campi. Sono partito da qui. Mi chiamo Emanuele Tomasini, sono psicologo, ma il mio percorso è iniziato iscrivendomi a Scienze della Comunicazione prima e a Scienze Cognitive poi. Dopo essermi laureato, mi sono fermato e mi sono chiesto cosa volessi davvero fare da grande. Il cervello mi ha sempre affascinato e così, dopo breve riflessione, ho deciso di iscrivermi, finalmente direi, a Psicologia. Dopo la laurea, e una specializzazione in counseling psicologico, ho scelto di andare più in profondità e mi sono iscritto alla scuola di Psicoterapia integrata e di comunità che sto attualmente frequentando. Sento che sto crescendo giorno dopo giorno come persona e come professionista e questo mi fa sentire vivo e mi appassiona.

Amo la musica, è la mia compagna di viaggio. Scrivo di tutto quello che vedo e sento per dare un senso alla mia esperienza. Mi piace l’amore che mi fa battere il cuore. E ballo perché mi rende felice.

Meno male che sei psicologo… quante volte mi sono sentito dire questa frase, come se dovessi sempre capire tutto o tutti? Ma, attenzione, è vero che faccio lo psicologo, ma sono prima di tutto Emanuele ed Emanuele è tante cose.
Sono quello che si mette a giocare con il mio nipotino Alessandro, di 8 anni, perché stando alla sua altezza ritrovo il mio bambino interiore, energico e creativo, curioso e dinamico che a stare fermo proprio non ci pensa.
Sono quello che ama esserci nella vita delle persone a cui tengo, attento alle piccole cose e alle emozioni in gioco. E quando amo, non dò quasi nulla per scontato, se posso rendere una giornata un po’ più bella per qualcuno posso fare davvero di tutto. Perché in amore, per me, vince chi ama.
Sono quello che sta imparando ad accettare me e l’altro come imperfetti. Questo me l’hanno insegnato, soprattutto, i miei amici più cari. Anche con loro oggi riesco a essere un po’ meno perfetto: li ascolto e li aiuto, ma posso anche concedermi di dire dei no sapendo di non perderli.
Insomma, sono un grandissimo rompiscatole, avere a che fare con me non è sempre facile. Ma sono uno su cui si può contare.
Sono tutto questo, ma anche altro che proveremo a scoprire insieme.

… in blue jeans!

Amo i completi con camicia e cravatta o papillon, ne sono affascinato, ma nel mio quotidiano vesto con fierezza i miei Blue Jeans perché mi piace essere informale nel mio lavoro, ma anche resistente e al contempo flessibile per stare nel mondo del paziente.

Il blue jeans, infatti, nasce come tessuto da lavoro, sperimentato per essere resistente ai continui strappi cui erano soliti gli altri tessuti. O meglio, in origine il denim era il tessuto delle vele delle imbarcazioni. E se vogliamo trovare un’analogia con il mio lavoro, direi che un percorso con lo psicologo assomiglia a una navigazione, a volte tempestosa, dentro se stessi. Oggi, poi, se ben ci pensiamo, il jeans è per molti legato al tempo libero, che a me piace chiamare ‘il mio tempo’. Ecco quindi un’altra associazione con la psicologia: sono entrambi un tempo dedicato a se stessi, in cui ci si mette alla prova, si può imparare a resistere agli strappi per ricucirli e avviarsi verso la propria auto-realizzazione. Il sarto Jacob Davis per rinforzare le cuciture delle tasche dei jeans inseriva i rivetti di rame; lo psicologo ti aiuta a prenderti cura del tuo benessere rinforzando le tue risorse e la tua volontà di stare meglio. Il blue jeans, infine, come simbolo di contestazione, ricorda da vicino la possibilità insita in un percorso psicologico di poter riscrivere, in modo rivoluzionario, le regole del proprio mondo psichico.

 

Ci sono dei poteri dentro di te che, se tu potessi scoprirli ed utilizzarli, farebbero di te qualsiasi cosa tu abbia mai sognato o immaginato di poter diventare. – Orison Swett Marden

Cosa significa fare lo psicologo?

Fare lo psicologo significa aiutare gli altri a stare meglio, ma detto così è fin troppo semplicistico. Lo stare meglio non è che una naturale conseguenza, un po’ come fare il marinaio e arrivare nei porti. Fare lo psicologo significa, soprattutto, accogliere il mondo del paziente, dandogli quella dignità di essere che viene negata non solo dagli altri ma, spesso, anche da se stessi…