Come si sta su un palcoscenico? Per molti questa può sembrare una domanda assurda, la cui possibile risposta sta solo nell’immaginazione. E invece, ognuno di noi, ogni giorno, sta sul palco. Quale? Quello della propria vita. Non sto parlando di recitare un copione, come non essere d’accordo con la frase della canzone Nero Bali di Elodie, Michele Bravi e Guè Pequeno: preferisco il confronto, alle maschere. L’essere poco autentici, meno in contatto con le proprie emozioni e disconnessi dal reale vissuto degli altri crea una distanza incolmabile: ecco, questo è interpretare una parte, insomma una bella difesa. È innegabile, invece, che nell’essere noi stessi, inseriti in una fitta rete di relazioni reali e virtuali, siamo esposti alla visuale dell’altro. Sfido chiunque a non volere l’applauso alla fine: è una gratificazione, qualcosa che ci rinforza positivamente per quello che abbiamo fatto e anche per chi siamo. All’inizio ci sono i genitori, poi i pari e i professori, alla fine la nuova famiglia e gli amici, ma anche il capo e i colleghi, in fondo, ma non per importanza, ci siamo anche noi. Ogni giorno ci esponiamo, più o meno volontariamente, a tutto questo. Da qui, l’ansia di essere bravi, di fare bene, di sentirsi ok. Che poi, un po’ di ansia è sana, ci aiuta a dare il massimo, ma in alcuni casi diventa una catena che limita la nostra espressione sotto i riflettori. Essere se stessi deve Psicologo in Blue Jeanscontemplare il poter sbagliare, senza che questo faccia crollare tutto il castello. Ed è proprio sul palco, che contempla anche le quinte nascoste, che possiamo appropriarci di noi stessi: delle parti in luce e di quelle in ombra. La prova ce l’ho avuta sabato quando, sfidando le teorie del gender, ho ballato al Teatro Nuovo di Milano con la mia classe di danza moderna. Perché è stato così importante per la mia vita? Perché la danza è sempre stata una passione che non ho mai potuto coltivare pienamente, ma è sempre stata parte di me. E quindi mettersi a studiare quando lavori in 4 posti diversi e devi saltellare quotidianamente da una parte all’altra di Milano e quando i tuoi 30 anni (diventati poi 31, ndr) non ti rendono così elastico come quando ne avevi 5 è stata una sfida. Non tanto nel riuscire a ballare (sì, dei dubbi li ho avuti, ma non era quello), ma nel credere fortemente e ancora una volta in me stesso, confrontandomi con me stesso. Nello scommettere su di me e nel prendere ciò che penso sia mio. In fondo, salire sul palco ha significato scoprire una parte nuova di me. Ballare ha avuto il merito di entrare ancora più nel profondo di chi sono, di agganciare nuove emozioni e di viverle, ma anche di trasmetterle a chi stava guardando. E poco importa oggi se le punte non erano sempre stese alla perfezione, c’è tempo per migliorare, come c’è tempo per ognuno di noi di fare dei passi avanti nella propria vita: basta solo darsene l’opportunità. E quindi, ogni giorno, cerchiamo l’autenticità, guardiamo in noi alla ricerca di nuove parti o di vecchie da re-interpretare. Seguiamo le nostre passioni, coltiviamole, anche quando sembra troppo tardi. Lasciamo andare la paura e cerchiamo di essere fieri di chi siamo oggi. Certo il cuore batterà forte, come prima che inizi la musica e si accendano le luci sul palco, ma quell’adrenalina sarà il segno di essere vivi.

Quando danzo non posso giudicare, non posso odiare, non posso separarmi dalla vita. Posso solo essere gioioso e integro: ecco perché danzo. (Hans Bos)

Autore

Mi laureo in comunicazione, ma decido di seguire il mio desiderio e divento uno psicologo. Studio come funziona il cervello e come potenziarlo. Ascolto e lavoro sulle storie delle persone che accolgo nella mia stanza e che nel raccontarsi cercano di curare le proprie ferite dell’anima. Leggo per esplorare altri mondi. Scrivo per dar voce ai pensieri. Vado al cinema e a teatro per passione. Ballo per essere più felice!

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